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27 – L’ultimo rimasto: Steven Bradbury

9 gennaio, 2012



Steven John Bradbury, nato il 14 ottobre 1973 a Camden, Sydney, in Australia è il primo atleta dell’Emisfero Sud ad aver vinto una medaglia d’oro alle Olimpiadi Invernali. E già questo gli permetterebbe di passare alla storia. Ma è il modo in cui ha vinto questa medaglia che rende la sua storia speciale. Una delle storie più belle lo sport, che se non è il miglior serbatotoio di storie dell’ultimo secolo rimane comunque il mio preferito, abbia mai prodotto. E io l’ho (ri)scoperta per caso solo alcuni giorni fa.

Lo sport di Bradbury è il pattinaggio di velocità su ghiaccio Short Track (letteralmente Pista Corta), e la sua gara favorita i 1000mt. Alle Olimpiadi di Lillehammer del 1994, il giovane Bradbury è uno dei favoriti per le medaglie in questa specialità. Invece viene eliminato in batteria dopo essere stato spinto da un atleta che verrà squalificato. Succede spesso nello Short Track, uno sport così spettacolare anche perchè i contatti, gli incidenti e le squalifiche sono il pane quotidiano.

Sempre nel 1994, durante una gara di Coppa del Mondo, un altro incidente gli costa quasi la vita. Nella caduta la lama del pattino di un avversario gli si conficca nella coscia: tutti e quattro i muscoli del quadricipite sono squarciati, e dopo 111 punti di sutura e aver perso quattro litri di sangue in pochi minuti, si salva per miracolo. Potrà tornare a pattinare solo 18 mesi dopo.

Alle Olimpiadi del 1998 Bradbury è pienamente recuperato ed è di nuovo tra i contendenti per una medaglia, ma sia nei 500 che nei 1000mt viene eliminato in seguito a scontri con avversari. Nel settembre 2000 si rompe il collo in allenamento: un collega gli cade davanti e lui, cercando invano di saltarlo, incespica e rovina contro le barriere, fratturandosi due vertebre. Immobilizzato in un corsetto per un mese e mezzo, con quattro spilli e placche varie inserite tra il cranio e il petto, i dottori gli dissero che non avrebbe potuto più pattinare a livello agonistico.

Bradbury però voleva arrivare alla sua ultima Olimpiade prima di ritirarsi definitivamente. A Salt Lake City nel 2002, seppur irrimediabilmente lontano dalla forma dei giorni migliori, è ancora abbastanza bravo da vincere la sua batteria. I quarti di finale però sembrano destinati a essere la sua gara d’addio: nel suo quarto deve affrontare il favorito Apolo Anton Ono e il campione mondiale Marc Gagnon. Non ha speranze di battere nessuno dei due, ma Gagnon viene squalificato e Bradbury, arrivato terzo, si ritrova in semifinale.

In semifinale si ritrova con quattro atleti con tempi nettamente migliori dei suoi. Dalla partenza li lascia andare avanti, rimanendo dietro qualche metro e sperando che qualcuno cada. Qualcuno cade spesso, ma che ne cadano tre su quattro in una semifinale è un po’ come vincere alla lotteria. E Steven vince la lotteria, perchè al’ultimo giro ne cadono tre su quattro. Potrà così chiudere la sua carriera con la soddisazione insperata della sua prima finale olimpica.

Nella gara decisiva, Bradbury parte così lento che dopo 50 metri ne ha già 15 di distacco dagli altri quattro finalisti. Ne devono cadere due perchè lui arrivi alla medaglia di bronzo, ma sembra improbabile che, dopo gli scontri dei turni precedenti, gli atleti si facciano cogliere ancora in fallo. La gara è serratissima e all’ultima curva i quattro pattinatori in lotta per le medaglie sono tutti attaccati spalla a spalla. Così attaccati..che all’ultima curva uno scivola e fa strike, facendo cadere anche gli altri tre. Bradbury è troppo indietro per essere coinvolto, e per inerzia, tra lo stupore suo e di tutto il mondo, taglia vittorioso il traguardo in solitaria, mentre gli altri cercano disperati di acciuffare almeno il secondo posto.

E’ forse la medaglia d’oro più improbabile e fortunosa di tutta la storia dello Sport, ma non mi sembra giusto definire Bradbury un eroe per caso. “Ovviamente non ero il più veloce, ma non prendo questa medaglia per la gara che ho fatto. La prendo per il decennio di lavoro duro che mi hanno portato fin qua”, disse l’australiano a fine gara, dopo qualche minuto di indecisione se accettare la medaglia o meno, tra i fischi del pubblico americano ignaro del suo passato.

“Ero il più vecchio di tutti e sapevo che con quattro gare in un giorno non avevo benzina sufficiente per arrivare fino alla fine. Non c’era motivo di fare a spallate con gli altri, sarei arrivato ultimo comunque. Quindi ho pensato solo a stare in piedi a distanza di sicurezza dagli altri, sperando che qualcuno davanti a me cadesse”. Certo nemmeno lui era arrivato a immaginare che potessero cadere tutti in tre gare consecutive.

Dopo questa incredibile finale, Bradbury, che in seguito all’incidente al collo era rimasto senza sponsor e il sostegno del suo comitato olimpico, e aveva dovuto farsi prestare 1000 dollari dai suoi genitori per riparare l’auto necessaria per andare al centro di allenamento, si è ritirato come preventivato. In Australia è diventato così popolare che a parte le celebrazioni varie, culminate con il francobollo delle Poste, l’espressione “doing a Bradbury” è diventata gergo comune per indicare una vittoria accidentale o inaspettata.

Oggi Steven John Bradbury, dopo essersi divertito per un po’ a fare il pilota di motocross, va in giro a fare discorsi motivazionali. Nonostante il suo fastidioso e marcato accento aussie, lo ascolterei volentieri.

Tra i diversi insegnamenti da trarre dalla sua storia, sottolineo questo:
Il successo raramente va al migliore, a quello dotato più talento naturale. Più spesso arride a chi lo vuole più di tutti e ha un piano per arrivarci. Steven Bradbury è diventato in questo modo Campione Olimpico, contro tutte le aspettative. Non è stato fortunato, è stato pronto.
E tu sei pronto a “fare un Bradbury” quando ti si presenterà l’opportunità?

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One Comment
  1. Bella storia!

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