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28 – Adios, mi Cali bella

12 gennaio, 2012

Cali, pachanguero. Mi hai attratto con la tua fama di capitale mondiale della salsa. Mi hai sedotto con la bellezza delle tue donne e l’amabilità della tua gente. Mi hai illuso con false prospettive di lavoro e facendomi credere che ci fosse un desiderio di spiritualità, oltre che di rumba. Mi hai stancato con la tua irresponsabile superficialità, e i fantasmi nascosti al turista di passaggio, ma che non puoi fare a meno di mostrare a chi diventa parte integrante della città. Me ne vado senza rimpianti e senza voglia di tornarci presto, ma ti porterò sempre nel cuore.

Dai primi di maggio al 10 gennaio, sono oltre otto mesi. Se negli ultimi 10 anni non sono mai rimasto in un posto così lungo, qualche buon motivo ci sarà, oltre al fatto che avevo bisogno di rallentare, fermarmi in un posto per un po’ e provare l’esperienza di radicarmi in un paese non europeo.

Mi mancheranno le passeggiate per San Antonio, il barrio bohèmien in cui ho vissuto, e in cui ogni volta mi avventuravo scoprivo un angolo magico. Ho vissuto all’angolo della “Quinta con quinta”, la calle 5 all’angolo con la carrera 5. Da una parte il caos perenne di una delle arterie principali della città, dall’altra la pace di un quartiere di altri tempi. Più di due mesi in Jovitas, un ostello in una splendida casa coloniale con letti scomodissimi, una cucina inusabile e bagni sempre sporchi, ma anche tanta buena onda, e i sei mesi successivi nella casa di fronte, un bilocale nuovo di zecca con giardinetto privato.

Non so ancora qual è il valore del tempo speso a insegnare yoga in Amalgama e Crystal, ma l’ho vissuto con grande intensità, così come le ore ad ascoltare salsa e quelle dedicate a ballarla. Mi porto dietro il ricordo delle grandi feste, vissute a metà: il Petronio ad agosto, il Festival de la Salsa a ottobre e la Feria a dicembre.

I momenti di vita quotidiana: il Centro commerciale El Centenario che è stato il mio ufficio virtuale per più di un mese, le empanadas alla Neblina, fare la spesa al super La 14 in centro, il kumis di Kasimiro, il pandebono di ogni panetteria incontrata, le salite al Cerro de la Tres Cruces, le escursioni a Pance e al freddo del Km18. Le passeggiate lungo il fiume passando per il Penon fino allo zoo, quelle per San Cayetano e San Fernando, i viaggi in Mio.

Le serate al Tin Tin Deo, le uscite con il gruppo Couchsurfing e gli altri turisti di passaggio, i miei splendidi vicini. Veeeeh, y Que? Il modo di parlare caleno, il più delle volte seducente, a tratti irritante quando si eccede nell’uso di “marica”, “huevon”, “ahorita”, “chevere”. Comunque a la orden, y con mucho gusto.

E già che ci sono non sarei Cloudio se non dicessi i motivi che mi hanno spinto ad andarmene. Il caleno è tanto amabile quanto superficiale e come dicono qui “incumplido”. All’inizio ti incantano, dopo un po’ ti fanni disperare perchè ti rendi conto che non ti puoi fidare di nessuno. La città ha un grande potenziale, tanto per viverci che per venirci come turista, ben lontano dall’essere sviluppato. Ci vorrà più tempo di quanto posso aspettare, ma un giorno non troppo lontano tornerò a vedere come sei cresciuta, mi Cali bella.

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One Comment
  1. mariella permalink

    un bel tributo a Cali,tutto sommato…

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