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36 – Senza vergogna

9 febbraio, 2012

Lunedì ho visto un film intrigante, uno di quei film che ti tocca nel profondo, che affronta temi scomodi, problemi molto più comuni di quel che vogliamo ammettere e quindi ti fa pensare, perchè, chi più o chi meno, ci riguardano personalmente. Il film di cui parlo è “Shame”, che in italiano significa vergogna. E ancora adesso a distanza di tre giorni sto cercando faticosamente di rielaborare quali corde mi ha toccato.

Fortunatamente infatti non sono né sesso dipendente come Brandon, il protagonista (un bravissimo Michael Fassbender, non a caso premiato come miglior attore all’ultimo festival di Venezia), né affettivamente fragile come la sorella Sissy (Carey Mulligan). Però come loro, e come tanti (la maggior parte?) miei coetanei, non sono capace di mantenere una relazione.

Come non ci è dato di sapere nel film quali sono le origini dell’incapacità di stare in intimità con un altra persona da parte di Brendon, così non so bene perchè non sono mai stato in grado di avere una legame affettivo superiore ai pochi mesi. Mi sono innamorato seriamente (o forse solo ossessivamente) una manciata di volte, non mi sono mancate le occasioni, né posso dire che non ci ho provato con qualcuno.

Nel mio caso poi non è esattamente un problema di relazione di coppia, né di capacità di entrare in intimità col prossimo (anzi sono convinto che uno dei motivi principali per cui le persone tendono a tenermi a distanza di sicurezza e allo stesso tempo io mi stufo velocemente è proprio perchè entro con troppa facilità in spazi privati che gli altri custodiscono gelosamente), ma di relazioni tout court, perchè anche con le amicizie o coi parenti ho sempre fatto una fatica enorme.

Mettendo da parte per un attimo il mio caso personale, penso che da un lato questa condizione di solitudine è non solo specchio della società di oggi, ma probabilmente più innata di quel che ancor oggi siamo disposti a concedere. L’uomo sarà pure un animale sociale, come diceva Aristotele, ma non è fatto per relazioni durature. Dovunque nel mondo è legalizzato il divorzio sono più le persone sole che quelle comprometide.

E ovviamente le statistiche non includono i matrimoni di interesse, le persone che si ignorano o non si sopportano, ma dividono lo stesso tetto perchè da sole non ce la farebbero economicamente, per i figli o semplicemente perchè hanno troppa paura a stare sole. Come dice la collega di Brandon nel film, “per avere una relazione fissa bisogna impegnarsi molto” e la verità è che nel mondo in cui viviamo oggi è molto più spesso conveniente essere single.

Brandon e sua sorella Sissy nel film sono agli estremi opposti dello spettro, ma sospetto che l’origine dei loro problemi è la stessa. Dire che l’uomo tende a dover soddisfare le sue pulsioni con chiunque possa, mentre la donna al contrario sente più il bisogno di avere continue conferme che qualcuno la ama, è un qualcosa generalmente vero, ma è anche un modo troppo semplicistico di vedere le cose. Uomo e donna in questo modo tendono a mettersi in una relazione, sessuale o affettiva che sia, nell’illusione egoistica che qualcun altro possa sopperire alle sue mancanze.

Mi viene in mente un discorso di Osho, che descrisse la maggior parte delle persone come delle C, perchè incomplete nel loro sviluppo personale, che cercano un’altra C con cui incastrarsi. Per un po’ funziona, ma poi le persone finiscono per togliersi spazio a vicenda e la relazione diventa soffocante. Se invece due persone sono già una O, complete per conto loro, allora la loro unione è come il simbolo di infinito e infinito è potenzialmente lo scambio tra di loro.

Per uno di quei casi di sincronia non casuale, due giorni prima di ricevere l’invito per il film, nè avevo sentito parlare in uno dei miei rari momenti di zapping televisivo, quando mi sono imbattuto in Rocco Siffredi ospite di Linus a Radio Deejay. Era la prima volta che vedevo Rocco Siffredi (il che la dice lunga sul mio consumo di pornografia) e mi ha positivamente impressionato. Una persona simpatica, intelligente, divertente. In una parola dotato.

Anche Brandon in superficie sembra una persona di successo: un buon lavoro, un bel appartamento a Manhattan, una bella presenza, attraente, apparentemente disinibito. Per una volta però la realtà è più rosea della finzione: mentre nel film Brandon è disperatamente solo, Rocco, non solo è riuscito a trasformare i suoi “trenta centrimetri di dimensione artistica” in fonte di guadagno e popolarità, ma soprattutto ha trovato una donna che lo ama e lo ha accettato. E almeno a vederlo nelle interviste sembra una persona felice e positiva, nonostante la sua condizione patologica.

Ho titolato questo post senza vergogna, ma sinceramente nel terminarlo, né provo parecchia. Ogni paragrafo ho introdotto un tema diverso senza poi svilupparlo. Certo l’argomento era tra i più delicati e anche se il solo provare a parlarne rappresenta un buon inizio. Però non voglio cercare scuse: non è l’argomento, è il mio modo di pormi. Per ogni 5 minuti che passo sul mio file di word, ci sono 3 ore che perdo facendo altro. Questo male si chiama procrastinazione, e ovviamente mi impegno a parlarne presto. Non ora però..

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