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Elogio di Kobe Bryant

5 marzo, 2012


Non sono mai stato un grande fan di Kobe Bryant. Anche se ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo all’All Star Game di Philadelphia del 2002, il penultimo di Michael Jordan, dove mi resi conto che era di una categoria sopra a tutti, tecnicamente e fisicamente onnipotente. Ho anche ben presente però quanto fosse intrattabile a livello umano. Incazzato (non senza ragione) per i boo impietosi del pubblico della sua città Natale, a fine partita, era inavvicinabile.

Il suo egoismo fuori e dentro dal campo è stato provato troppe volte per essere messo in discussione. Per quanto gli roda, i primi tre anelli non li vinceva senza Shaq, mentre è probabilmente vero il contrario. Ma quel che meno ho sopportato di lui sono i suoi periodici finti interessamenti per l’Italia, paese in cui è cresciuto tanto che ancora oggi parla un ottimo italiano, come quando compare la notizia che vuole comprare la squadra di Milano o finire la carriera qui. Ancora oggi parecchi ci credono. Come lo scorso autunno, quando durante il lockout Nba è stato in apparenti trattative per giocare un paio di partite a Bologna, per le quali chiedeva la modica cifra di un milione di dollari.

Oltre al suo egoismo, però nessuno mette in dubbio la sua voglia di vincere, la ferocia agonistica, la determinazione e la serietà con cui si allena e la capacità di superare ogni ostacolo. Soprannominato “the black mamba”, per il suo modo sgusciante e velenoso di muoversi sul parquet, nonostante le statistiche non supportino l’opinione comune, ancor oggi che i suoi tempi migliori sono passati ed è umanimamente considerato non più tra i 5 migliori giocatori della lega, non c’è addetto ai lavori che se potesse scegliere a chi affidare l’ultimo tiro, prenderebbe lui prima di ogni altro.

Settimana scorsa Kobe ha giocato l’All Star game, dove Dwayne Wade, considerato oggi il migliore nel ruolo di guardia, lo stesso di Bryant, gli ha spaccato il naso con una gomitata involontaria. Kobe ha ovviamente finito la partita, di fatto un’amichevole, al termine della quale gli hanno riscontrato pure una commozione cerebrale. Come se niente fosse, Bryant non ha saltato nemmeno un allenamento e ha giocato le ultime tre partite con una maschera protettiva.

L’ultima delle quali ieri contro Miami, dove si è ritrovato contro Wade. Kobe lo ha cestisticamente massacrato, tanto che Wade ha perso la testa e nell’ultimo quarto è uscito per falli, cosa che non gli succedeva da anni.

Prima della partita ho letto un’intervista dove The black mamba, ribattezzato Masked Mamba afferma che non ha mai avuto un rivale vero con cui confrontarsi sul campo, e che gli stimoli extra li cerca confrontandosi con i grandi della storia. A prima vista la solita affermazione arrogante, considerando i campionissimi che nella lunga carriera di Kobe si è trovato di fronte, ma di fatto qualcosa che anche il suo peggior detrattore deve ammettere.

D’altronde sembra difficile contraddirlo anche quando afferma “I get up for everybody just the same, to be honest. It’s hard for me to turn my meter up any higher than it normally is” Mi impegno con tutti allo stesso modo, onestamente. E’ difficile per me dare qualcosa di più di quel che normalmente do”.

Invece più è grande l’avversità che deve affrontare, maggiore è la capacità di eccedere i suoi impareggiabili standard. In questo Kobe mi ricorda Maradona: un altro che più gli buttavi merda addosso e più lui riusciva a trasformarla immediatamente in combustibile per trovare motivazioni extra e superare i suoi limiti. Kobe quest’anno ha iniziato la stagione dovendo affrontare sul piano personale il divorzio della moglie, su quello tecnico un nuovo sistema di gioco completamente diverso da quello in cui la squadra era abitutata da anni e in quello fisico con lo strappo di un legamento del polso destro, che lo ha obbligato a cambiare la meccanica di tiro.

Ognuna di queste rappresenterebbe da sola una giustificazione validissima per un calo di rendimento. Tutte assieme te lo fanno prevedere come inevitabile. Kobe invece, come sempre quando si è trovato in una situazione difficile, è riuscito ad alzare il livello delle sue prestazioni, che sono di base già straordinarie.

Ogni volta che io, o qualcuno di mia conoscenza, mi trovo in una situazione di sofferenza, mi viene naturale pensare a gente come Kobe e trovare ispirazione. Se davvero vuoi qualcosa, non c’è niente che possa fermarti.

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